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Tuesday, May 29, 2018

Search my Double - una Vetrina - Roma















 Search my double a cura di Giuseppe Garrera, una Vetrina, Roma

Wednesday, March 7, 2018

Search my Double in Bologne '18





Search my Double
Sabine Delafon

a cura di Fulvio Chimento e Pasquale Fameli
31 gennaio - 14 febbraio 2018

Biblioteca Italiana delle donne e social street di via Fondazza, Bologna

Monday, February 26, 2018

Search my Double


Si dice che nel mondo, oggi abitato da più di 7 miliardi di persone,  ne esistano almeno 7 identiche a ciascuno di noi: ammesso che sia vero, quante probabilità abbiamo di incontrarle e perché quest’idea ha da sempre affascinato l’uomo che nel corso dei secoli ha affrontato il tema del sosia in innumerevoli opere letterarie, artistiche e filosofiche?  Se l’essenza dell’essere umano è in gran parte definita dalla sua supposta unicità, l’esistenza di un ipotetico doppio sembra minare alle radici la nostra autoconsapevolezza, ma allo stesso tempo il perturbante desiderio di vederci rispecchiati in un’altra identità esercita su di noi un’irresistibile attrazione.  L’esponenziale moltiplicazione delle immagini veicolate dalla rete internet e la diffusa tendenza a pubblicare in rete fotografie private che restituiscono in veste ufficiale le nostre azioni quotidiane hanno più che mai rinvigorito l’antica favola di Narciso, incarnazione mitica del tema del doppio fatalmente innamorato di se stesso.

Parte da queste suggestioni la mostra Search my Double di Sabine Delafon, recentemente presentata a Bologna nelle sale della Biblioteca Italiana delle Donne, nell’attiguo Chiostro di Santa Cristina (sede del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna) e nello spazio urbano della limitrofa via Fondazza a cura di Fulvio Chimento e Pasquale Fameli. Iniziato nel 2005 e ancora in corso, il progetto prevede la distribuzione di volantini segnaletici in cui compare il volto dell’artista, fotografato in differenti periodi con le macchinette automatiche per le fototessere, associato alla scritta Cerco me stessa, se conosci qualcuno che mi somiglia, contattami a cui segue l’indicazione dell’indirizzo di posta elettronica a cui rivolgersi in caso di rassomiglianza. Nel corso degli anni l’azione è stata ripetuta in diverse città del mondo, come New York, Istanbul, Roma, Avignone e Milano (dove Delafon attualmente risiede) e ha generato una variegata raccolta di locandine scritte in più lingue, oltre a un corposo archivio che riunisce le mail di chi si è riconosciuto nell’immagine o ha voluto interagire con il progetto esprimendo i propri commenti e curiosità.

Apparentemente niente di nuovo: sin dall’Esposizione in tempo reale presentata Franco Vaccari alla Biennale Veneziana del 1972 l’impersonalità della fototessera e il coinvolgimento del pubblico con macchinette Fotomatic sono procedimenti consolidati dell’arte contemporanea, mentre gli impressionanti mosaici di autoscatti di Karl Baden, che da oltre 30 anni si ritrae quotidianamente con la stessa inquadratura nella performance Every Day, gli utopici tentativi di Douglas Huebler di documentare l’esistenza di ogni essere vivente nelle griglie di Variable Piece e le Détalis Photo di Roman Opalka sono solo alcuni esempi di come la pratica ossessiva di ritrarre e ritrarsi in cerca di un’impossibile conciliazione tra la mutevolezza dell’essere umano e la registrazione meccanica sia già stata ampiamente esplorata.

Ma l’uomo, per la sua costitutiva fragilità e instabilità, continua ad avere le stesse paure e domande, a scrutarsi per percepire la propria individualità, a interrogare l’altro da sé per trovare se stesso,  a cercare conferme della propria esistenza nel mondo esterno. E per questo Sabine Delafon, senza lasciarsi inibire dagli illustri predecessori che hanno affrontato ricerche simili, persegue la propria necessità interiore di scoprire e sapere con mezzi volutamente rudimentali e sghembi, escludendo dal proprio orizzonte operativo l’impersonale efficienza delle tante piattaforme internet dedicate alla ricerca di sosia per lasciare un segno nello spazio urbano e affidare al caso i possibili esiti del proprio lavoro.

La caparbia ripetitività di un’azione ingenua e la perseveranza nel portarla avanti nel corso degli anni costituiscono la cifra distintiva di una performance in cui sdoppiamento, moltiplicazione e dispersione trascendono i codici della creazione artistica per offrire a un pubblico accidentale la possibilità di un’esperienza condivisa e una via d’accesso privilegiata all’insidioso terreno del dubbio.  Se la sua personale ricerca non è stata ancora esaudita, l’artista dichiara infatti di non aver trovato nessun doppio soddisfacente tra le persone che l’hanno contattata, l’efficacia del progetto sta nell’invito all’autocoscienza e nell’implicito suggerimento a guardarci attorno, a continuare a cercare uno scambio reale con l’altro per non scomparire a noi stessi.

Le sollecitazioni più introspettive di Search my Double hanno inoltre generato il video Ex, proiettato a Bologna nella suggestiva cornice del chiostro quattrocentesco di Santa Cristina, ricavato dal montaggio cronologico di oltre 2000 ritratti in formato fototessera che l’artista ha realizzato a partire dall’età di dodici anni. Il rapido susseguirsi delle immagini condensa lo scorrere del tempo, l’alternarsi degli stati d’animo, i lievi cambiamenti fisiognomici e le trasformazioni di abbigliamento e acconciatura in un’unica impressione visiva che enfatizza la profondità di uno sguardo che con gli anni diventa sempre più diretto e consapevole. L’opera, oltre a presentare l’identità come un’entità metamorfica e polifonica che rifugge ogni catalogazione e sistematizzazione, invita a riflettere sui vari mascheramenti esteriori a cui affidiamo il tentativo di fissarne l’immagine nel corso della nostra vita.

Emanuela Zanon on julietartmagazine.com

Wednesday, March 25, 2015

Nice words by Martina Alemani


Courtesy of Sabine Delafon
Courtesy of Sabine Delafon

I perfectly remember when I got closer to Sabine’s sensibility and I set with her at Bar Love’s counter to share drinks and thoughts about her art activity.
An e-mail exchange begun then and she invited me to visit her studio where she received me with a coffee and a typical Carnival’s cake. I see her like this: a mix between a strong, bitter woman and a sweet child reflecting her daughter Napoline.

Courtesy of Sabine Delafon
Courtesy of Sabine Delafon

My attention was caught firstly by the works with glass she made, a parallelism to the research on self-portrait by shooting herself in passport photos. The following step was to make portraits of people she knew by using the glass and other materials for the details. The answer on one own’s identity is never clear but esoteric.
This subject goes on with the use of her name contaminated by other people that then overstep the artist’s level by wearing Sabine Delafon’s name on a t-shirt – as one of her collaborations with the brand Marios – or sign her business cards.

Courtesy of Sabine Delafon
Courtesy of Sabine Delafon

Then at one point watching her works’ documentation became like a card’s game full of iconic symbols: the four-leaved clover, the heart, the star. Repetitiveness and multitude are her way of spreading these words, making them visible around cities for a wide public and response in a “legal vandalism”.
Another present theme is the survey on “the other half of the orange”, as she likes to define it, by trying to find lookalikes in the universe and human kind here seen as unknown, God and hereafter.
Courtesy of Sabine Delafon
Courtesy of Sabine Delafon
This impossibility gave life to Sabine Delafon Corporation, her fulfill by making people / other artists part of her works. But not even this was enough and The Emilie La Reine Foundation was created with anonymous collaborations and by using a second-name, Emilie, pretending to be a queen. “I am hungry” billboards and artists’ exchanges are on going after that.
I see her as the feminine version of Franco Vaccari.

Courtesy of Sabine Delafon
Courtesy of Sabine Delafon

Friday, June 22, 2012

Tuesday, March 6, 2012

SD vs Pig Mag




22 febbraio, 2012, di Francesca Mila Nemni 
Una, nessuna, centomila. Chi è Sabine Delafon? Proviamo a chiederlo a lei.

Da quanto tempo vivi in Italia?
Da diversi anni, quasi metà della mia vita.

I TO è un lavoro che avevi fatto a Torino nel 2005. Lo rifaresti? Ti piace l’Italia di oggi?
Non lo rifarei. All’epoca nessuno aveva ancora, che io sappia, utilizzato il logo di Milton Glasser I NY. Oggi invece ogni città ha il suo I Love. Dopo avere vissuto diversi anni a Torino, mi ero accorta di quanto gli italiani, e in particolare i torinesi, si lamentassero del posto in cui vivevano, senza pensare che altrove probabilmente era molto peggio e allora mi era venuto il riflesso opposto, come a dire: “Vaffanculo, a me piace!”. Oggi, purtroppo nessuno lo fa, anche se penso che bisognerebbe farlo, se no è tutto perso. Di nuovo penso che siano dei posti peggiori nel mondo. Ora, non so per quanto tempo vorrò restare ancora in Italia. I motivi sono tanti…

Da qualche anno stai tappezzando alcune città con volantini che ti ritraggono alla ricerca delle tue sosia, “I’m looking for myself”. Sei finalmente riuscita a trovare te stessa?
Credo si tirino le somme di ciò che si è fatto per capire chi si è stati. Con alcuni anni in più sulle spalle dal 2005, quando ho cercato per la prima volta un mio sosia, forse, qualcosa in più lo so. Un vero sosia però non l’ho ancora trovato, anche se la ricerca si è ampliata: inizialmente le locandine erano tradotte in tre lingue, ora in diciassette e le fototessere utilizzate per questo lavoro erano trecento, ora sono più del doppio. Credo che si possa leggere questo lavoro come la ricerca di un’identità mondiale, in cui abbiamo tutti qualcosa dell’altro.

Da quando hai 12 anni collezioni e conservi le tue fototessere. Sei arrivata ad averne più o meno settecento.Sei cambiata o sei sempre la stessa?
Ho sempre la stessa data di nascita. Mi chiamo sempre Sabine Delafon. Il lavoro si intitola “Ex”, tantissime piccole morti che danno origine a tantissime piccole nascite. E’ un progetto artistico a lungo termine che avrà esito soltanto alla mia morte.

Cos’è la Sabine Delafon Corporation? Ne faremo parte anche noi?
Ho fondato la Sabine Delafon Corporation nel 2008. E’ il logico sviluppo dalla ricerca sull’identità personale a quella collettiva.
La Corporation è un modo per completare la mia singola identità, un modo per crescere, fisicamente, mentalmente, concretamente. Dal momento in cui si partecipa allo sviluppo del mio lavoro in qualsiasi modo, se ne entra a far logicamente parte. Quindi la risposta è sì, PIG Magazine è entrato nella SDC!


Friday, January 27, 2012

Behind the curtain – The aesthetics of the photobooth - Musée de l'Elysée



BEHIND THE CURTAIN – THE AESTHETICS OF THE PHOTOBOOTH


17.02.2012 - 20.05.2012
When the first photobooths were set up in Paris in 1928, the Surrealists used them heavily and compulsively. In a few minutes, and for a small price, the machine offered them, through a portrait, an experience similar to automatic writing. Since then, generations of artists have been fascinated by the concept of the photobooth. From Andy Warhol to Arnulf Rainer, Thomas Ruff, Cindy Sherman and Gillian Wearing, many used it to play with their identity, tell stories, or simply create worlds.
Behind the Curtain - the Aesthetics of the Photobooth, an exhibition created by the Musée de l’Elysée, is the first to focus on the aesthetics of the photobooth. It is divided into six major themes: the booth, the automated process, the strip, who am I ?, who are you ?, who are we ?. Provider of standardized legal portraits, it is the ideal tool for introspection and reflection on others, whether individually or in groups. By bringing together over 600 pieces made on different media (photographs, paintings, lithographs and videos) from sixty international artists, the exhibition reveals the influence of the photobooth within the artistic community, from its inception to the present day.
Artists

J.-M. Alberola, L. Aragon, M.-B. Aurenche, R. Avedon, A. Baczynsky, J. Bark, M. Bellini, J.-A. Boiffard, A. Breton, H. Buchmeier, A. Cruz-Eberhard, S. Delafon, A. Deleporte, P. Eluard, M. Ernst, M. Fent, M. Folco, V. Fournier, L. Friedlander, N. Goranin, J. Grostern, S. Hiller, D. Jewell, S. Khachaturova, J. Klauke, J.-H. Lartigue, N. Leibowitz, L. Levinstein, A. Messager, W. Michel, D. Minnick, S. Muzard, R. Pellicer, M. Pernot, S. Pippin, J. Prévert, R. Queneau, A. Rainer, T. Rautert, B. Richard, G. Richter, T. Ruff, M. Salsmann, T. Sawada, J. Schmid, C. Sherman, L. Simpson, D. Soulas, Y. Tanguy, A. Tetrault, R. Topor, F. Vaccari, A. Warhol, G. Wearing, J. Wenzel, D. Wojnarowicz and the group Fluxus.

Curators

Clément Chéroux and Sam Stourdzé
With the collaboration of Anne Lacoste


The exhibition has been organised with the support of PKB Privatbank and La Loterie Romande.